Medio Oriente: gli effetti sui settori e i territori di Assolombarda
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Dopo la nota rilasciata lo scorso 3 marzo, torniamo a esaminare le ricadute economiche del conflitto in Medio Oriente. I nuovi dati relativi agli scambi commerciali del 2025 permettono di approfondire ulteriormente la rilevanza di questa area per le imprese del ‘Quadrilatero’ di Assolombarda, analizzando nel dettaglio i territori e i settori più coinvolti. Aggiorniamo, inoltre, le reazioni nei prezzi delle materie prime, allargando lo sguardo anche a beni non energetici quali alluminio, fertilizzanti, elio e materie plastiche.
L’interscambio commerciale con i territori di Assolombarda nel 2025
Nel 2025 l’interscambio commerciale tra il Quadrilatero di Assolombarda e i 13 Paesi del Medio Oriente coinvolti dal conflitto è arrivato a 5,3 miliardi di euro, ovvero il 2,6% delle esportazioni e importazioni totali.
L’incidenza è decisamente maggiore per l’export, pari a 4,5 miliardi, il 5,4% delle vendite estere totali del Quadrilatero, per il quale i rischi sono quindi maggiori che nella media nazionale dove l’area conta per il 4,4% delle esportazioni. Lato importazioni, va comunque considerato che l’acquisto di prodotti energetici incide per il 24,9% del totale import italiano, pur non risultando direttamente nei territori analizzati in quanto in transito da altre regioni.
Dei 4,5 miliardi di export del Quadrilatero, oltre 3,4 miliardi hanno riguardato la Città Metropolitana di Milano, esposta quindi per il 6,1% dell’export. Delicata è anche la posizione della Provincia di Monza e della Brianza: 749 milioni pari al 4,9% delle esportazioni provinciali. Più contenute risultano, invece, le incidenze per Pavia, con 241 milioni per il 4,4%, e soprattutto per Lodi, 120 milioni per l’1,7%.
| Totale Quadrilatero | |||
| 2025, milioni di euro | Interscambio | di cui export | di cui import |
| Iran | 145 | 124 | 21 |
| Paesi del Golfo* | 3.862 | 3.432 | 430 |
| di cui Emirati Arabi Uniti | 1.731 | 1.592 | 139 |
| di cui Arabia Saudita | 1.343 | 1.150 | 193 |
| Altri Paesi coinvolti dal conflitto** | 1.245 | 982 | 263 |
| Totale area coinvolta dal conflitto | 5.251 | 4.538 | 714 |
| Mondo | 204.958 | 83.880 | 121.078 |
| Incidenza area conflitto su export totale | 2,6% | 5,4% | 0,6% |
| Milano | |||
| 2025, milioni di euro | Interscambio | di cui export | di cui import |
| Iran | 115 | 94 | 21 |
| Paesi del Golfo* | 3.011 | 2.638 | 373 |
| di cui Emirati Arabi Uniti | 1.379 | 1.250 | 129 |
| di cui Arabia Saudita | 1.000 | 847 | 154 |
| Altri Paesi coinvolti dal conflitto** | 922 | 695 | 227 |
| Totale area coinvolta dal conflitto | 4.047 | 3.427 | 620 |
| Mondo | 144.026 | 56.080 | 87.946 |
| Incidenza area conflitto su export totale | 2,8% | 6,1% | 0,7% |
| Monza-Brianza | |||
| 2025, milioni di euro | Interscambio | di cui export | di cui import |
| Iran | 28 | 28 | <1 |
| Paesi del Golfo* | 549 | 540 | 9 |
| di cui Emirati Arabi Uniti | 265 | 260 | 5 |
| di cui Arabia Saudita | 196 | 192 | 4 |
| Altri Paesi coinvolti dal conflitto** | 213 | 182 | 31 |
| Totale area coinvolta dal conflitto | 790 | 749 | 40 |
| Mondo | 28.655 | 15.379 | 13.275 |
| Incidenza area conflitto su export totale | 2,8% | 4,9% | 0,3% |
| Pavia | |||
| 2025, milioni di euro | Interscambio | di cui export | di cui import |
| Iran | 2 | 2 | 0 |
| Paesi del Golfo* | 184 | 152 | 32 |
| di cui Emirati Arabi Uniti | 34 | 29 | 5 |
| di cui Arabia Saudita | 125 | 99 | 26 |
| Altri Paesi coinvolti dal conflitto** | 91 | 87 | 4 |
| Totale area coinvolta dal conflitto | 276 | 241 | 36 |
| Mondo | 16.561 | 5.522 | 11.039 |
| Incidenza area conflitto su export totale | 1,7% | 4,4% | 0,3% |
| Lodi | |||
| 2025, milioni di euro | Interscambio | di cui export | di cui import |
| Iran | <1 | <1 | <1 |
| Paesi del Golfo* | 118 | 102 | 16 |
| di cui Emirati Arabi Uniti | 53 | 53 | 1 |
| di cui Arabia Saudita | 22 | 13 | 9 |
| Altri Paesi coinvolti dal conflitto** | 19 | 19 | 1 |
| Totale area coinvolta dal conflitto | 137 | 120 | 17 |
| Mondo | 15.716 | 6.899 | 8.818 |
| Incidenza area conflitto su export totale | 0,9% | 1,7% | 0,2% |
* Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar. ** Paesi del Golfo e Cipro, Giordania, Iran, Iraq, Israele, Libano, Siria.
Nel complesso, i dati confermano la crescente rilevanza strategica di questa area medio orientale per le nostre imprese. Mentre gli scambi diretti con l’Iran restano molto contenuti, per un totale di 145 milioni di euro, pesano ben di più i Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar), con i quali lo scorso anno le esportazioni sono salite a 3,4 miliardi, in crescita del 6,8% in valore rispetto al 2024 (in netta controtendenza rispetto al -1,0% dell’export complessivo del Quadrilatero). Questa crescita prosegue una tendenza di lungo periodo che si osserva dalla pandemia: tra il 2019 e il 2025 l’export verso i sei Paesi del Golfo è aumentato del 79,1%, un ritmo più che doppio rispetto al totale delle vendite verso l’estero, pur incrementate significativamente del 33,6%.
In questa area, i due principali partner commerciali per il Quadrilatero nel 2025 si confermano Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, rispettivamente con 1,6 e 1,2 miliardi di euro di export. I due Paesi rappresentano oltre la metà delle esportazioni verso la regione del conflitto per tutte e quattro le province del Quadrilatero, anche se con pesi differenti: per la provincia di Lodi, gli Emirati Arabi Uniti sono la prima destinazione con una quota del 44%; lo stesso vale anche per Milano e Monza e Brianza, ma con un peso minore (rispettivamente, 36% e 35%); viceversa, le esportazioni di Pavia sono dirette per il 41% in Arabia Saudita.
A livello settoriale, il comparto con la maggiore esposizione è la meccanica, che destina a questa area l’11,8% del proprio export, per un peso dell’1,7% sulle vendite estere complessive del territorio; seguono moda (6,1% dell’export settoriale, 0,8% del totale) e chimica (rispettivamente, 5,7% e 0,7%).
Distinguendo tra le quattro province e considerando congiuntamente la rilevanza delle esportazioni settoriali verso l’area in guerra e il peso dei comparti sulle vendite estere totali a livello locale:
- Milano è particolarmente esposta per meccanica (11,8% delle esportazioni della meccanica milanese e 1,8% delle esportazioni totali milanesi), moda (6,1% e 1,1%) e chimica (5,2% e 0,7%); inoltre, il design-arredo, pur meno rilevante nelle esportazioni complessive della città metropolitana, risulta destinato per oltre il 10% nell’area del conflitto.
- Monza e Brianza è vulnerabile per meccanica (ben 13,7% delle esportazioni settoriali e 1,8% delle esportazioni totali), chimica (7,6% e 1,0%), design-arredo (9,6% e 0,8%) e, in misura minore per peso sul totale, apparecchi elettrici (12,9% e 0,3%).
- Pavia è interessata soprattutto lato meccanica (10,4% delle esportazioni settoriali e 1,8% delle esportazioni totali), moda, che tuttavia ha un peso contenuto sulle esportazioni provinciali (8,1% e 0,2%), e farmaceutica, meno esposta geograficamente ma di gran rilievo per le vendite estere del territorio (3,9% e 1,3%).
- Lodi, tenendo conto della modesta esposizione complessiva verso l’area, presenta rischi che si concentrano nei metalli (17,4% delle esportazioni settoriali e 0,4% delle esportazioni totali) e nella chimica (7,1% e 0,8%).
Gli effetti sulle materie prime
Il nuovo conflitto ha provocato immediati e significativi incrementi nei prezzi delle materie prime, coinvolgendo non solo petrolio e gas, ma anche altre non energetiche quali alluminio, fertilizzanti, materie plastiche ed elio rilevanti per molte industrie. Diversi beni sono infatti interessati tanto dalla chiusura dello stretto di Hormuz, quanto da potenziali interruzioni alla produzione negli impianti che hanno sede in questa area.
Le ricadute più importanti hanno finora riguardato i beni energetici, sia per il fermo di alcune infrastrutture sia per la chiusura effettiva dello stretto, da cui transita circa un quinto del commercio globale di petrolio e gas. Alla chiusura dei mercati di venerdì 20 marzo, quindi dopo tre settimane di conflitto, i prezzi sono superiori del 55% per il petrolio (per più giorni sopra i 100$ al barile) e dell’85% per il gas (stabilmente sopra i 50€/MWh) rispetto a fine febbraio. Dal 27 febbraio, il costo dell’energia elettrica italiana, fortemente dipendente dal gas, è cresciuto del 54%, superando i 160 €/MWh.
Le attuali quotazioni dei futures Brent implicano una previsione dei mercati finanziari di circa 95 $/barile in media da qui a fine anno, superiore di 25$ rispetto alle attese di fine febbraio. Parallelamente, le previsioni del gas europeo, implicite nei futures TTF, indicano una media di circa 60 €/MWh fino a fine 2026, ovvero un costo doppio rispetto a quanto si prevedeva prima del conflitto. In entrambi i mercati emerge quindi tensione, all’interno comunque di una propensione al ‘wait and see’.
Inoltre, diversi beni non energetici dipendono fortemente per produzione e commercio dall’area del conflitto. Il 9% della produzione mondiale di alluminio arriva dai Paesi del Golfo, e da qui proviene il 15% delle importazioni europee. Eventuali difficoltà negli approvvigionamenti del metallo potrebbero avere effetti a catena su diversi settori: dall’automotive alla meccatronica, dall’aerospazio alle costruzioni. Nel frattempo, si sono già registrati degli aumenti di prezzo sui mercati, pari all’8% dall’inizio del conflitto.
Una seconda commodity critica è l’urea, un fertilizzante i cui usi si ramificano in più settori, in primis l’agroalimentare, ma anche la plastica e la cosmetica. Dalle regioni del Golfo arriva circa un terzo dell’offerta globale, e l’impatto sull’agricoltura sarebbe ulteriormente esacerbato dal concomitante periodo della semina in Europa. Dopo rialzi più consistenti nei primi giorni, il prezzo dell’urea si è assestato su un livello di poco superiore all’inizio del conflitto (+2%).
Rincari ben più consistenti hanno invece colpito alcune materie prime importanti per plastica e chimica, ovvero metanolo, polietilene e polipropilene. Il metanolo, utilizzato anche nei carburanti, vede l’Iran tra i principali produttori mondiali e ha subito un aumento di prezzo del 43% da fine febbraio. Rialzi simili hanno interessato polietilene e polipropilene (cresciuti del 39-40%), materie plastiche il cui commercio dipende fortemente da questa area.
Anche l’offerta mondiale di elio è potenzialmente a rischio a causa del conflitto, con il Qatar che è responsabile di circa un terzo della produzione globale. Questa materia prima è cruciale in ambito sanitario, così come in settori produttivi quali microelettronica e aerospazio.
Infine, il conflitto sta causano rialzi nei costi dei trasporti navali, particolarmente pronunciati per quelli in transito nel Golfo, ma che si stanno propagando anche ad altre tratte. L’indicatore globale World Container Index è infatti cresciuto del 14% in meno di tre settimane.
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