Medio Oriente: effetti su costi e commercio

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Il conflitto in Medio Oriente si inserisce in un contesto globale già segnato da persistenti instabilità e incertezze. Gli scenari che si aprono sono molteplici e di difficile valutazione: potrebbe concludersi in poche settimane lasciando un impatto temporalmente limitato ovvero prolungarsi nel tempo con effetti estesi e più consistenti. In questa nota offriamo una valutazione dell’importanza strategica dell’area coinvolta in termini di interscambi commerciali con le imprese del ‘Quadrilatero’ di Assolombarda e analizziamo gli effetti immediati del nuovo conflitto sul costo di beni energetici e materie prime. Considerato che lo scenario è in continua e incerta evoluzione, seguirà un monitoraggio attento delle conseguenze sul fronte economico.

Gli scambi commerciali del Quadrilatero di Assolombarda con l’area del conflitto

I territori in cui si inserisce il conflitto rappresentano un’area economica sempre più strategica per le imprese italiane, e in particolare per quelle del Quadrilatero di Assolombarda, con rapporti economici in aumento negli ultimi anni e con prospettive di ulteriore rafforzamento.

Sul piano commerciale, per le province di Milano, Lodi, Monza-Brianza e Pavia, l'Iran vale 151 milioni di euro di export più import annuo. L'interscambio diretto è, pertanto, assai contenuto, pari appena allo 0,1% dei 202,2 miliardi totali di scambi con l'estero del nostro territorio.

Le valutazioni devono, tuttavia, tenere conto dell'area più estesa interessata dalla guerra, per la quale gli scenari appaiono estremamente incerti. Il conflitto coinvolge in prima battuta i Paesi del Golfo,1 che insieme valgono 3,7 miliardi di euro di scambi commerciali del Quadrilatero, tra i quali il partner principale è rappresentato dagli Emirati Arabi Uniti (1,6 miliardi), seguito dall’Arabia Saudita (1,2 miliardi). Inoltre, vanno inclusi Israele, Iraq, Cipro, Giordania, Libano e Siria, con i quali però il valore degli scambi è decisamente più contenuto (con l’eccezione di Israele, 665 milioni di interscambio).2

Pertanto, considerando tutti i Paesi al momento colpiti dagli attacchi bellici, sebbene con diverse intensità, gli scambi commerciali delle imprese di Milano, Lodi, Monza-Brianza e Pavia ammontano a 5,1 miliardi di euro, che equivalgono al 2,5% del commercio globale del Quadrilatero. La maggior parte di questo commercio va in direzione export, per un valore pari a 4,3 miliardi di euro (5,1% delle esportazioni totali del territorio).

Per le imprese del Quadrilatero, il peso di questa ampia regione appare dunque più significativo in termini di export, rispetto all’import. Tuttavia, va considerato che dalle importazioni dirette del Quadrilatero non risultano gli acquisti di prodotti petroliferi che transitano come punto di accesso da altri territori: essi rappresentano, invece, il 30% dell’import a livello italiano (considerando tutta l’area coinvolta al momento dal conflitto). Il quadro nazionale risulta, così, più equilibrato tra scambi in entrata e in uscita con questi Paesi, con 15,1 miliardi di euro di importazioni e 26,1 miliardi di euro di esportazioni, per un interscambio totale di 41,2 miliardi.

Focalizzandosi sull’export del Quadrilatero nella regione colpita dagli scontri, l'esposizione geografica è maggiore verso i Paesi del Golfo (74%) e in particolare verso gli Emirati Arabi Uniti (33%). A livello settoriale, le vendite si concentrano in meccanica (32%), moda (15%), chimica (14%), apparecchi elettrici escluso illuminazione (8,4%) e design arredo (5,8%).

L’impatto sui beni energetici

I primi impatti sono stati evidenti sulle quotazioni di petrolio e gas naturale. Il costo del petrolio (Brent) è salito di circa 15 punti percentuali tra lunedì 2 marzo e le prime ore di martedì 3, tornando sopra la soglia degli 80 $/barile (83,3 $/barile l’ultima quotazione al momento della scrittura di questa nota), un livello che non si vedeva da gennaio 2025. Ancor più notevole l’impennata nel prezzo del gas naturale europeo (TTF), cresciuto nello stesso lasso di tempo del 90% fino a oltre 60 €/MWh (60,9 €/MWh l’ultima quotazione disponibile).3

Una volatilità così marcata si deve soprattutto all’importanza dello stretto di Hormuz, controllato dall’Iran, in cui passa un quinto del commercio globale di petrolio greggio e gas naturale liquefatto (GNL). Anche se al momento ci sono ancora voci discordanti su una chiusura “ufficiale” dello stretto da parte del regime iraniano (che ha comunque minacciato di colpire qualsiasi nave di passaggio), si sta già assistendo a un drastico calo nel numero di navi in transito.

Per quanto riguarda il petrolio, il conflitto armato fa seguito all’escalation diplomatica tra Iran e USA che già nel mese di febbraio aveva portato a una crescita del 12% nel prezzo del greggio. In risposta a questi timori, domenica 1° marzo i membri dell’Opec+ hanno deciso incrementare la produzione di petrolio di 260 mila barili al giorno da aprile. Tale aumento è stato comunque inferiore alle attese e, al momento, non sembra aver avuto un impatto significativo sui mercati. L’impatto diretto sulla produzione e sull’export di petrolio iraniano appare invece meno rilevante per le altre economie. Dopo anni di sanzioni, infatti, il ruolo dell’Iran nell’offerta mondiale di greggio è relativamente ridotto: secondo i dati dell’International Energy Agency, il Paese ha estratto 4,5 milioni di barili al giorno a gennaio 2026, rappresentando il 4,5% della produzione globale. Inoltre, le esportazioni iraniane di petrolio sono quasi interamente dirette verso una sola destinazione, la Cina, limitando le potenziali ricadute del conflitto sui mercati globali tramite questo canale.

A livello europeo, le preoccupazioni sono maggiormente rilevanti sul fronte del gas, più per degli effetti indiretti che per ricadute immediate sulle importazioni del nostro continente. L’importanza dei Paesi medio orientali (Qatar in primis, ma anche Oman ed Emirati Arabi Uniti) come fornitori di GNL per l’UE è, infatti, andata calando negli ultimi anni: nel 2019, questa area rappresentava il 24% dei rifornimenti europei; la quota è scesa all’8% nel 2025, ed è stata pari al 5% a gennaio 2026 (ultimo dato disponibile). Questa quota è in calo, ma su livelli più alti, anche per il nostro Paese: è stata pari al 47% nel 2024, e in base ai dati doganali dei primi undici mesi si può stimare un peso di un terzo nel 2025.4 Il Medio Oriente rappresenta, però, un fornitore più importante per le economie asiatiche: se le esportazioni di GNL tramite lo stretto di Hormuz dovessero subire ripercussioni di lunga durata, aumenterebbe la domanda asiatica di gas e la competizione a livello globale, spingendo i prezzi al rialzo anche su altri mercati, incluso quello statunitense (che a gennaio ha fornito due terzi del GNL arrivato in Europa). Aggravando ulteriormente questa situazione, QatarEnergy, uno dei principali fornitori di GNL, ha interrotto la produzione dopo che due impianti in Qatar sono stati colpiti da attacchi militari iraniani. Inoltre, va considerato che questi timori si innestano su un mercato europeo del gas sotto tensione, con i livelli attuali di stoccaggio più bassi degli ultimi anni, pari al 30% il 28 febbraio 2026 e inferiori di circa il 10% rispetto a un anno fa.

Tra gli altri possibili rapidi impatti lato commodities, per ora non si segnalano aumenti per i tradizionali beni rifugio, oro e argento, i cui prezzi sono cresciuti nelle prime ore di lunedì 2 marzo ma sono successivamente rientrati nella giornata di martedì. C’è stata invece una ‘corsa’ verso il dollaro, rivalutatosi rispetto all’euro dell’1,7% rispetto alla chiusura di venerdì scorso.

In conclusione, la reazione dei mercati è stata prevedibilmente immediata e imponente. Solo le prossime settimane permetteranno di capire quanto le ricadute saranno persistenti: incideranno la durata dell’offensiva americana, al momento prospettata di quattro settimane dal Presidente Trump, e l’eventuale chiusura (sia ufficiale che de facto) dello stretto di Hormuz. Gli eventuali impatti di lungo termine, sia sui costi energetici che sugli scambi commerciali, andranno (ri)valutati alla luce di questi fattori.

[1] Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar.

[2] Tutti i dati di interscambio fanno riferimento al 2024.

[3] Le quotazioni delle materie prime e del cambio euro/dollaro citato in seguito sono aggiornate alle ore 12:00 di martedì 3 marzo.

[4] Il dato 2024 è di fonte ARERA su dati del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. La stima 2025 è invece basati sui dati di import di fonte Istat.

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