Il conflitto in Medio Oriente: prezzi delle materie prime in ascesa e scenari di crescita ridotta

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Nella presente nota analizziamo nuovamente le ricadute economiche della guerra in Medio Oriente, ripercorrendone i principali effetti e prospettandone scenari e impatti. Oltre a fornire una panoramica dei canali di trasmissione, presentiamo una sintesi delle più recenti ipotesi di crescita rilasciati da importanti istituzioni e previsori privati e aggiorniamo le reazioni nei prezzi delle materie prime.

Le ripercussioni più evidenti riguardano i beni energetici: petrolio Brent in crescita del +44% a marzo rispetto alla media di febbraio e a 118$/barile il 31 marzo scorso, gas europeo in aumento del +63% con chiusura a 51€/MWh a fine mese. In confronto con il precedente shock indotto dallo scoppio della guerra russo-ucraina, le tensioni sono particolarmente forti per il petrolio, i cui valori attuali si avvicinano ai picchi toccati in precedenza (124 $/barile a giugno 2022) mentre restano ancora distanti per il gas (339 €/MWh ad agosto 2022). Oltre agli energetici, risultano impattate anche altre materie prime trasversali a molti settori industriali: urea (+9% a marzo sul mese precedente), metanolo (+31%), alluminio (+13%), polietilene (+24%), polipropilene (+30%), ma anche elio e zolfo. Inoltre, l'ulteriore perturbazione si è già riflessa sui trasporti, con un aumento medio del 14% del costo dei container navali e tempi dilatati di approvvigionamento per le imprese.

Guardando agli impatti economici, le recenti analisi delineano scenari di diversa entità in funzione della durata e magnitudo delle ostilità. Le proiezioni più ottimistiche appaiono ormai sorpassate e gli scenari avversi, più aderenti alla situazione di oggi, assumono criticità sullo Stretto di Hormuz fino a metà anno, con i prezzi del petrolio a 110-120 $/barile: le conseguenze sarebbero di una crescita nel 2026 dimezzata per l’Eurozona (+0,5-0,6%) e azzerata per l’Italia. Le ipotesi severe e pessimistiche (blocco più prolungato di Hormuz, danni significativi alle infrastrutture energetiche e Brent sopra i 140$/barile) delineano per l'anno in corso una crescita europea in prossimità dello zero e addirittura la recessione per l’Italia, più esposta di altri Paesi europei.

GLI EFFETTI

Gli effetti più diretti e immediati di questa guerra si dispiegano lungo quattro principali vettori, interconnessi tra loro: (i) prezzi dell'energia e delle materie prime, (ii) costi e tempi di trasporto, (iii) clima di fiducia di famiglie e imprese, (iv) commercio internazionale.

Shock energetico dai confini ancora instabili

In media a marzo il prezzo del petrolio è stato di 100$/barile (+44% rispetto a febbraio), in progressione crescente all'aumentare delle tensioni e degli attacchi, e chiudendo il mese a 118$/barile; il prezzo europeo del gas si è portato mediamente a 53 €/MWh  (+63%) e ha chiuso il mese a 51€/MWh. Le fluttuazioni e la velocità di rientro delle quotazioni dipenderanno dalla durata della chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% dell'offerta globale di greggio e del commercio mondiale di gas naturale, e dall’effettivo ritmo di ripresa di capacità produttiva da parte dei Paesi del Golfo, minacciato dalla possibilità di ulteriori danni alle infrastrutture in loco.

Per quanto riguarda il greggio, i valori attuali si avvicinano ai picchi toccati in seguito allo scoppio della guerra russo-ucraina (124 $/barile a giugno 2022), mentre restano ancora distanti per il gas (339 €/MWh ad agosto 2022).

Tensioni che vanno oltre l'energia: il Golfo è nodo strategico per molte materie prime

Oltre a petrolio e gas, il conflitto USA/Israele-Iran ha sconvolto i flussi di altre materie prime trasversali a molti settori industriali, tra le quali vanno menzionate urea (+9% a marzo sul mese precedente), metanolo (+31%), alluminio (+13%), polietilene (+24%), propilene (+30%), e anche elio e zolfo. 

 

Shock logistico all'interno di un contesto già compromesso

La chiusura di Hormuz si inserisce in un contesto di logistica internazionale già fortemente perturbato. Dall'inizio del 2024, il traffico navale nello Stretto di Bab el Mandeb e nel Canale di Suez non si è ancora normalizzato, con la gran parte dei flussi dirottata sulla rotta del Capo di Buona Speranza, più lunga e costosa. L'ulteriore perturbazione introdotta dall'attuale conflitto si è già riflessa in un aumento medio del 14% del costo dei container navali dall'inizio delle ostilità, con effetti sui tempi e sui costi di approvvigionamento per le imprese.

Primi segnali nella fiducia di imprese e famiglie

Le rilevazioni Istat condotte nei primi quindici giorni di marzo mostrano i primi segnali di alterazione del clima di fiducia. In Italia, le famiglie registrano un calo repentino paragonabile all'impatto dei dazi statunitensi di un anno fa, mentre le imprese, sia manifatturiere sia dei servizi, riportano una stabilità rispetto al mese precedente, segnalando al momento una posizione attendista che riflette l’incertezza sull’evoluzione della situazione.

Esposizione commerciale diretta: il rischio per il Quadrilatero di Assolombarda

In questo quadro, vale richiamare la specifica esposizione del sistema produttivo del Quadrilatero di Assolombarda. Come analizzato nella nostra nota del 23 marzo, gli interscambi commerciali delle imprese collocate nel Quadrilatero di Assolombarda verso i 13 Paesi del Medio Oriente coinvolti dal conflitto hanno raggiunto un valore di 5,3 miliardi di euro nel 2025, di cui 4,5 miliardi in export, pari al 5,4% delle vendite estere complessive. I rischi per le quattro province sono quindi maggiori che nella media nazionale, dove l’incidenza delle esportazioni verso l’area del conflitto è più contenuto (4,4%). I settori del Quadrilatero maggiormente esposti in termini commerciali sono la meccanica, che destina a quest’area l’11,8% del proprio export, per un peso dell’1,7% sulle vendite estere complessive del territorio, moda (6,1% e 0,8%) e chimica (5,7% e 0,7%).

 

GLI IMPATTI

Guardando agli impatti economici, le più recenti analisi da parte di importanti istituzioni e previsori privati delineano scenari di diversa entità in funzione della durata e magnitudo delle ostilità.  Le proiezioni più ottimistiche, che assumono uno shock circoscritto, appaiono ormai sorpassate e quelle avverse, più aderenti alla situazione di oggi, assumono criticità sullo Stretto di Hormuz fino a metà anno e un lento rientro dei prezzi energetici, su livelli elevati fino a inizio 2027

L'ANDAMENTO DELLE MATERIE PRIME

Oltre alle materie prime che vedono l’area del Golfo centrale nei flussi e nella produzione, la tabella mostra l’andamento dei prezzi di ulteriori commodity, rilevanti per più industrie, che stanno sperimentando dinamiche da monitorare. In particolare, si segnalano aumenti per frumento (+11% nella media di marzo rispetto a febbraio) e mais (+8%), che risentono del crescente costo dei fertilizzanti e, più in generale, degli input di produzione agricoli. Sono cresciuti anche i prezzi di olio di palma (+9%) e olio di soia (+17%), la cui domanda è aumenta (anche) in quanto utilizzati nei biocarburanti, alternativi al petrolio. Sono salite altresì le quotazioni di cotone (+9%), influenzate dal rafforzamento dei prezzi del petrolio e da preoccupazioni sul lato dell’offerta, a causa di persistenti condizioni di siccità nella Cotton Belt statunitense che, insieme alle temperature record registrate a marzo, aumentano i rischi per i raccolti.

Nota: la heatmap indica l’intensità delle variazioni di prezzo su base mensile, trimestrale e annuale.
Fonte: Centro Studi Assolombarda su dati Pricepedia

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