Smart working in numeri - 2025
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I dati quantitativi sul fenomeno a livello nazionale, internazionale e territoriale
Secondo Eurostat in Italia nel 2025 la percentuale di occupati tra i 15 e i 64 anni che svolgono il proprio lavoro occasionalmente o abitualmente da casa è pari all’8,2%, una quota che la colloca al penultimo posto tra i 27 Paesi UE, con un differenziale di ben 15 punti percentuali rispetto alla media europea del 23,0%.
L’analisi dei dati amministrativi sulle presenze al lavoro raccolti nel database Zucchetti, azienda leader nel settore dei software gestionali, offrono maggiori informazioni per esplorare il fenomeno, in particolare sui differenziali territoriali.
Sono state elaborate informazioni circoscritte al Nord Italia, riferite a quasi 1,1 milioni di dipendenti di 18 mila imprese : pur non essendo un campione statisticamente rappresentativo, si tratta di un numero molto significativo di osservazioni. I risultati evidenziano in quest’area una percentuale superiore all’8,2% medio nazionale stimato da Eurostat e pari al 12,0%. Scendendo più nel dettaglio geografico, la quota di smart worker raggiunge il 16,2% nel quadrilatero di Assolombarda, a fronte di un 9,1% del resto del Nord.
Nella Città Metropolitana di Milano, in particolare, la quota di lavoratori che svolge almeno parzialmente la propria attività da casa raggiunge il 17,1%, media tra il 17,3% nelle aziende ubicate nel Comune di Milano e il 16,6% dell’hinterland.
Le informazioni ricavate dal database Zucchetti offrono un quadro sui trend in atto più completo , di quello che emerge dai dati ufficiali (calo dal 10,3% del 2024 all’8,2% del 2025).
Innanzitutto, se il calo c’è non sembra essere generalizzato: nelle regioni del Nord e nei grandi centri urbani come Milano la quota di smart worker rimane stabile rispetto al dato del 2024 e anzi in alcuni contesti, come quello milanese, tende a crescere (dall’11,1% al 12,0% al Nord e dal 16,5% al 17,3% nel comune di Milano).
Trend 2024-2025 dell’incidenza degli smart worker (per ambito territoriale)
fonte: elaborazione Centro Studi Assolombarda su dati Eurostat e Zucchetti
I dati sembrano quindi dimostrare che le imprese non stanno rinunciando completamente a una modalità organizzativa molto apprezzata dai dipendenti e dimostratasi particolarmente funzionale allo svolgimento di determinate mansioni, quanto piuttosto stanno rimodulandola. Le informazioni raccolte indicano che in questa fase il beneficio viene meno per quella parte di popolazione aziendale che in questi anni ne ha usufruito più per retaggio dell’emergenza pandemica che per effettiva compatibilità delle attività proprie del ruolo con il lavoro da remoto.
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