Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia sul 2025

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Congiuntura economica e incertezza globale

Nel 2025 la crescita dell’Area Euro si è attestata al +1,4%, evidenziando un’espansione economica moderata. Particolarmente penalizzate sono state la manifattura italiana e quella tedesca, in un contesto di crescente pressione competitiva internazionale, soprattutto da parte della Cina.

Nel corso dell’anno l’inflazione è rimasta in linea con il target del 2%, consentendo alla Banca Centrale Europea di ridurre i tassi d’interesse e di mantenerli invariati a partire dallo scorso giugno. Tuttavia, lo scoppio del conflitto in Medio Oriente rappresenta oggi un fattore di rischio per questo fragile equilibrio: il rincaro delle materie prime si è già riflesso sui prezzi dei carburanti e sta progressivamente incidendo sulle tariffe energetiche, con possibili effetti indiretti sui prezzi di altri beni e servizi.

In questo quadro, la BCE ha finora scelto di non modificare l’orientamento della politica monetaria, privilegiando un approccio prudente e attendista di fronte all’elevata incertezza dello scenario globale. In proposito, il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha osservato che “la politica monetaria non può evitare che il rincaro dell’energia si trasmetta al sistema produttivo. Deve però impedire che questo processo dia luogo a un’inflazione persistente, radicata nelle aspettative e nelle scelte di imprese e lavoratori. Una spirale tra prezzi e salari va prevenuta: una volta avviata, sarebbe dannosa e costosa da eliminare”.

Da una angolazione di medio termine, negli ultimi anni l’Italia ha mostrato una notevole resilienza e capacità di tenuta. Pur risentendo dell’impatto negativo della crisi pandemica e dello shock energetico del 2022, la crescita del PIL italiano ha superato il +6% nel 2025 rispetto al 2019, trainata da investimenti ed esportazioni e dalla significativa espansione del mercato del lavoro. Si tratta di una performance sostanzialmente in linea con la media dell’Area Euro e relativamente più favorevole se valutata in termini pro capite.

Su questo risultato ha inciso, sicuramente, la ripartenza degli investimenti in costruzioni ma anche in macchinari e beni intangibili. Gli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) hanno superato i 100 miliardi di euro tra il 2021 e il 2025, contribuendo a sostenere la domanda e a innalzare il livello del prodotto annuale di quasi 1 punto percentuale in media nel quinquennio.

Più di recente, tuttavia, il deterioramento del quadro geopolitico e l’inasprimento delle politiche commerciali statunitensi hanno indebolito lo slancio, limitando la crescita del PIL al +0,5% nel 2025. In particolare, il conflitto in Medio Oriente ha gettato nuova incertezza sulle prospettive di crescita: secondo le proiezioni, l’attività economica rimarrà infatti debole nei prossimi mesi e, negli scenari più sfavorevoli, tenderà a ristagnare o addirittura a contrarsi.

In quest’ottica, rafforzare la competitività dell’economia italiana appare un elemento centrale per sostenere l’espansione economica, soprattutto attraverso una maggiore presenza delle imprese esportatrici sui mercati esteri – in particolare in quelli asiatici, dove è ancora limitata – e il consolidamento dei comparti produttivi a più alto valore aggiunto, come la meccanica e la farmaceutica.

Allo stesso tempo, il nodo della produttività richiede interventi su innovazione e capitale umano, soprattutto alla luce dei mutamenti demografici in corso, che riducono la popolazione in età lavorativa e, di conseguenza, il contributo potenziale che l’aumento dell’occupazione può dare alla crescita.

Intelligenza Artificiale

Tra i fattori che possono contribuire a rilanciare la produttività dell’economia italiana nei prossimi anni, un ruolo crescente è attribuito all’Intelligenza Artificiale. “Il potenziale, tuttavia, non si realizzerà automaticamente: dipenderà dal grado di diffusione tra le imprese – a partire da quelle piccole e medie – e dalla capacità di integrarla nei processi produttivi”, ha sottolineato il Governatore Panetta. La quota di aziende italiane (con almeno 20 addetti) che ha adottato questa tecnologia è cresciuta negli ultimi anni, arrivando al 30% nel 2026. Tuttavia, soltanto il 5% delle imprese ne fa un uso intensivo. Nella maggior parte dei casi, infatti, l’impiego riguarda applicazioni semplici e focalizzate sulla produttività individuale, con effetti contenuti sull’organizzazione e sui processi aziendali.

Il possibile impatto degli strumenti di IA sulla crescita è significativo. Le stime della Banca d’Italia indicano che queste tecnologie potrebbero aumentare la produttività del lavoro italiana di circa 0,2 punti percentuali all’anno in uno scenario di adozione graduale e di oltre 1 punto percentuale annuo in caso di diffusione rapida e pervasiva. Nello scenario più favorevole, i guadagni di produttività sarebbero tali da compensare ampiamente gli effetti negativi della contrazione della popolazione in età lavorativa sul prodotto potenziale.

Perché questo potenziale possa realizzarsi, resta però decisivo il rafforzamento del capitale umano. “Senza risorse umane qualificate, anche le tecnologie più avanzate producono benefici limitati”, ha evidenziato il Governatore. In Italia, la quota di trentenni laureati è più che raddoppiata dall’inizio del secolo, raggiungendo il 30%, ma rimane inferiore a quella delle principali economie europee. A questo si aggiunge la crescente uscita di giovani laureati dal Paese, oltre 100.000 tra il 2020 e il 2024. Per evitare che tali debolezze ostacolino la diffusione dell’IA, occorre agire anche sull’offerta di competenze, potenziando istruzione, formazione continua e integrazione tra percorsi formativi ed esperienze lavorative.

Energia e materie prime

Le recenti tensioni geopolitiche hanno riportato al centro dell’attenzione il tema della sicurezza energetica e della dipendenza dalle importazioni di materie prime. Per un’economia come quella italiana, caratterizzata da una forte esposizione ai mercati internazionali dell’energia, i rincari delle commodities si traducono in un maggiore esborso per le importazioni energetiche, con effetti negativi sul reddito disponibile delle famiglie, sui costi di produzione delle imprese e, in ultima analisi, sulla crescita economica.

Negli ultimi anni sono stati compiuti progressi significativi sul fronte della transizione energetica: tra il 2019 e il 2024 l’intensità energetica dell’economia italiana si è ridotta del 15%, mentre la quota di consumi elettrici coperta da fonti rinnovabili è salita al 41% nel 2025. Persistono, tuttavia, elementi di vulnerabilità, legati sia alla dipendenza energetica dall’estero sia alla necessità di adeguare le infrastrutture di trasporto e accumulo.

Efficienza energetica, espansione delle fonti rinnovabili e potenziamento delle reti rappresentano fattori rilevanti non solo per la sostenibilità ambientale, ma anche per la competitività del sistema produttivo e la resilienza dell’economia italiana di fronte a futuri shock energetici.

Mercato dei capitali

L’innalzamento della produttività e della capacità innovativa delle imprese richiede anche un maggiore ricorso al capitale di rischio. Il credito bancario resta una fonte essenziale di finanziamento, ma non è sempre sufficiente a sostenere investimenti tecnologici, crescita dimensionale e sviluppo di attività ad alto potenziale. In questa prospettiva, private equity e venture capital possono svolgere un ruolo importante, soprattutto per le imprese innovative e nei settori ad alta intensità tecnologica. Le aziende sostenute da questi strumenti tendono, infatti, a innovare di più e a crescere più rapidamente in termini di fatturato, occupazione e produttività

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