Booklet Economia - Sentiment e Materie prime: La tregua USA-Iran non riapre Hormuz e continuano le pressioni sulle materie prime. Le imprese del Nord-ovest mantengono un sentiment attendista, mentre crolla la fiducia delle famiglie
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Il sentiment delle imprese nel Nord-ovest e l'andamento delle commodities
La (instabile) tregua tra Iran e Stati Uniti non ha comportato la riapertura dello Stretto di Hormuz. Lo stallo del transito navale e i danni alla produzione dei beni energetici continuano, quindi, a imprimere una forte spinta al rialzo sui prezzi delle materie prime, con ripercussioni già visibili nell'inflazione di aprile (+2,7% Italia) e destinate ad ampliarsi con il protrarsi delle ostilità. Questo inasprimento dei costi rischia di tradursi in una nuova pressione sui consumi, che già da tempo rappresentano un punto di attenzione per le imprese: all’avvio del 2026, l’insufficienza di domanda rimane il principale ostacolo alla produzione per un quarto delle realtà manifatturiere del Nord-ovest. L'impatto del conflitto sul sentiment delle famiglie è, d’altra parte, già forte. Ad aprile la fiducia dei consumatori è crollata in modo repentino sui minimi da ottobre 2023, con un deterioramento soprattutto nei giudizi sulla situazione economica generale del Paese e, al momento, più contenuto riguardo la propria condizione personale.
In questo scenario di annunci incerti e negoziati improduttivi, le imprese adottano un atteggiamento di attesa. Secondo le ultime indicazioni di aprile, la fiducia della manifattura del Nord-ovest regge, grazie ad aspettative di produzione per i prossimi mesi ancora positive, in parte ancorate all'ultima fase del PNRR, mentre nella situazione corrente si avvertono già crescenti ostacoli sul fronte export e un allungamento dei tempi di consegna. La fiducia dei servizi scende leggermente, ma mantiene un saldo positivo. In nessun comparto si registra, quindi, un crollo: le imprese, in un diffuso clima di wait and see, monitorano l'evoluzione del conflitto, che in questa fase sta avendo un impatto più immediato e diretto sui prezzi di vendita, fortemente previsti al rialzo, rispetto ai livelli di produzione. C’è anche da considerare che, siccome la guerra è arrivata in un momento di abbrivio positivo per la manifattura locale, alcune imprese possono avere anticipato produzione e scorte di materiali per ridurre il rischio di future interruzioni nelle catene di approvvigionamento.
Il clima di fiducia nel Nord-ovest
La rilevazione di aprile del clima di fiducia del manifatturiero restituisce per il Nord Ovest un atteggiamento ancora attendista da parte delle imprese rispetto alle ricadute delle tensioni in Medio Oriente sulla propria attività.
Nella ripartizione, il sentiment dell'industria sale rispetto a marzo, ma si mantiene al di sotto della media storica e ritrae una situazione corrente con ordini sempre piuttosto deboli e aspettative di produzione ancora positive per i prossimi 3-4 mesi, sostenute in parte dall’ultima fase di investimenti PNRR.
La tenuta nel Nord-ovest si distingue rispetto agli altri territori. Ad aprile si affievolisce la fiducia della manifattura italiana e cala leggermente in Spagna e Francia; la Germania mostra una sostanziale stabilità, pur mantenendo il livello di fiducia più basso tra i benchmark considerati.
Le ripercussioni della guerra in Medio Oriente, tra cui l’incremento dei prezzi alla produzione e, successivamente, al consumo, si inseriscono in un contesto manifatturiero già alle prese con una perdurante insufficienza di domanda, segnalata nel primo trimestre come ostacolo alla produzione da un quarto (25,3%) delle imprese manifatturiere del Nord-ovest. Nei primi mesi del 2026 cresce, inoltre, la quota di rispondenti che riporta difficoltà sul fronte export in termini di prezzi e costi (17,1%, livello più alto da inizio 2023), così come aumenta la percentuale di chi sperimenta un allungamento dei tempi di consegna (al 5,9% dal 3,5% di fine 2025).
Le turbolenze geopolitiche influiscono anche sulla fiducia del terziario, che ad aprile sperimenta una riduzione diffusa sui territori considerati.
Nonostante il calo, il sentiment dei servizi nel Nord-ovest rimane positivo e la discesa si colloca all’interno del trend già altalenante dei mesi precedenti: non si rileva, quindi, uno scostamento rispetto ai livelli medi di fine 2025 e inizio 2026. I giudizi sull’andamento aziendale e sugli ordini correnti rimangono positivi ma leggermente ridimensionati e le previsioni di domanda per i prossimi 3-4 mesi sono sostanzialmente stabili, mostrando anche in questo caso un atteggiamento attendista sull’evoluzione dei consumi nel breve periodo.
Cala, invece, più marcatamente la fiducia dei servizi a livello nazionale, pur mantenendo, anche in questo caso, un saldo positivo. Tra i peer europei, la Francia registra un’ulteriore flessione e il terziario tedesco finisce in campo negativo.
A fronte di un sentiment complessivamente in tenuta per le imprese del Nord-ovest, ad aprile la fiducia dei consumatori precipita al minimo da ottobre 2023, con un calo marcato anche a livello nazionale. Nella ripartizione flettono tutte le componenti dell'indice, seppur con intensità differenti.
Scomponendo la fiducia tra clima personale e clima economico, il primo registra una discesa contenuta e comunque coerente con l’ampiezza delle oscillazioni dei mesi precedenti, mentre il secondo sperimenta un crollo ampio e repentino. Il sentiment sulla propria situazione familiare risulta, quindi, in peggioramento contenuto rispetto al mese precedente, mentre la percezione sulla situazione economica generale dell’Italia è ben più negativa: al momento, le famiglie nel Nord-ovest mostrano una visione più pessimista sugli effetti del conflitto nello scenario macro che in quello micro.
Guardando, invece, alla dimensione temporale, il giudizio sulla situazione corrente è in flessione ma su livelli non allarmanti, mentre il clima futuro registra una ripida discesa, a indicare che le conseguenze del conflitto vengono percepite come ad ora solo parzialmente visibili e con maggiori ripercussioni attese in prospettiva.
Prestiti alle imprese
Prima dell’inizio del conflitto in Medio Oriente, in Lombardia si evidenziava una ripresa del credito alle imprese più sostenuta rispetto al resto d’Italia e coerente con le prospettive di rilancio dell’economia del territorio. A fine 2025 i prestiti erano infatti superiori del 2,2% rispetto a un anno prima (vs +1,5% nazionale), e anche i dati preliminari di febbraio suggerivano un’evoluzione ancora positiva (+1,4% tendenziale).
Tuttavia, questi segnali positivi sono ora minati dal diffuso clima di incertezza generato dal contesto geopolitico: secondo l'Indagine sul credito bancario di Banca d'Italia, condotta ad aprile a livello nazionale, la domanda di prestiti ha già registrato una flessione sul finire del primo trimestre, a causa di minori esigenze di finanziamento per investimenti fissi.
Sul fronte settoriale, la ripartenza dei prestiti in Lombardia in chiusura 2025 era spinta dai servizi, con un incremento annuo del 4,9%, il più elevato da metà 2022, in un contesto favorevole al comparto grazie anche all’avvicinarsi delle Olimpiadi Invernali. Al contrario, dopo due trimetri positivi, i prestiti all’industria erano tornati a calare a fine 2025, segnalando una parziale fragilità nel rilancio della manifattura, che andrà monitorata con attenzione alla luce delle ricadute del conflitto in Medio Oriente, previste più pesanti per questo settore.
Prezzi e materie prime
Ad aprile l’inflazione è tornata a crescere significativamente, principalmente a causa dei rincari energetici dovuti alla chiusura dello stretto di Hormuz. Nel dettaglio delle province del Quadrilatero di Assolombarda, a Pavia l’andamento dei prezzi è stato in linea con la media italiana (+2,6% rispetto ad aprile 2025), mentre hanno visto una crescita più contenuta a Lodi (+2,0%) e Milano (+1,7%), quest’ultima in netto rientro rispetto ai rincari di febbraio legati alle Olimpiadi Invernali.
Parallelamente all’aumento dei prezzi al consumo, le quotazioni finanziarie delle materie prime segnalano aumenti pronunciati e diffusi, che nei prossimi mesi potrebbero propagarsi e spingere l'inflazione ulteriormente al rialzo. Considerando la variazione dei prezzi nella prima parte di maggio rispetto alla media di febbraio (prima dell’inizio del conflitto tra USA e Iran), emergono infatti forti incrementi nei beni energetici, nei fertilizzanti, nelle materie plastiche e nell’alluminio, nonché nei trasporti navali; inoltre, ricadute indirette stanno colpendo gli alimentari.
Più nel dettaglio, il costo del petrolio è cresciuto di oltre il 50% tra febbraio e maggio, con incrementi recenti che si sommano all’exploit di marzo e con quotazioni che oscillano tra 100 e 110 $/barile, livelli paragonabili a quelli toccati in seguito all’invasione dell’Ucraina nel 2022. Oltre al blocco dei trasporti, il conflitto USA-Iran sta causando la più importante perdita di produzione di petrolio degli ultimi cinquant’anni, stimata dalla World Bank intorno ai 10 milioni di barili al giorno nel mese di marzo.
Anche il costo del gas naturale europeo è cresciuto significativamente (+45%), con quotazioni intorno ai 50 €/MWh a metà maggio per effetto della chiusura di Hormuz e del danneggiamento di siti produttivi in Qatar, che intensificano la competizione sul mercato del GNL. Tuttavia, la situazione attuale rimane ben distante dai livelli del 2022, quando il prezzo del gas aveva oltrepassato i 300 €/MWh.
Parallelamente, a maggio il prezzo dell’energia elettrica in Italia è aumentato dell’8% rispetto a febbraio, attestandosi in media a 123 €/MWh. Nonostante questo rialzo appaia relativamente contenuto, rimane consistente il divario rispetto agli altri Paesi Europei, in particolare Francia e Spagna, dove il prezzo dell’elettricità a maggio è intorno ai 50 €/MWh.
Tra i metalli non ferrosi, l'alluminio ha registrato i rincari maggiori, aumentando del 20% tra febbraio e maggio: il conflitto ha ridotto la capacità produttiva di diverse fonderie del Golfo, con un deficit di offerta che potrebbe protrarsi a tutto il 2026. Anche il mercato del nichel si trova sotto pressione (+12% da febbraio), poiché la chiusura di Hormuz complica la catena di fornitura dello zolfo, elemento fondamentale per la lavorazione e l’utilizzo nelle batterie dei veicoli elettrici.
Il conflitto ha impresso un'accelerazione violenta anche ai prezzi delle materie plastiche: nella prima metà di maggio il polipropilene segna un +47% rispetto a febbraio, il polietilene un +29%. La chiusura di Hormuz colpisce sia direttamente, interrompendo le esportazioni di polimeri dai Paesi del Golfo, sia indirettamente, tramite il rincaro di petrolio, gas e metanolo (quest’ultimo +43%), che sono alla base della produzione di plastiche e chimica e la cui carenza ha, quindi, ricadute lungo tutto la filiera.
Le materie prime alimentari, che non avevano visto ricadute immediate, negli ultimi due mesi hanno iniziato a risentire del forte incremento dei costi dei fertilizzanti, in primis l’urea (+25% tra febbraio e maggio, sebbene in leggero calo più di recente): il gas è infatti un input fondamentale di produzione e una quota rilevante dell’offerta mondiale proveniva dall’area del Golfo. Marcati rialzi hanno interessato anche gli oli vegetali (olio di soia +33% e olio di palma +11%), sostenuti dalla rafforzata domanda di biocarburanti.
Infine, il costo medio dei noli navali (Drewry) ha visto un particolare incremento nell’ultimo mese, arrivando a segnare un +27% rispetto a febbraio e superando a maggio i 2.000 €/40-ft Container. Questo valore rimane, tuttavia, distante dai picchi osservati del 2021- 2022 e di poco sopra al livello di un anno fa (+6%). L’indice medio maschera però una marcata eterogeneità tra le rotte, a seconda della loro dipendenza dal passaggio di Hormuz: per esempio, il costo dei noli da Shanghai al Golfo e al Mar Rosso ha già superato i massimi raggiunti durante la pandemia.
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