CNEL - Rapporto annuale sulla produttività (2026)
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Il Rapporto ricostruisce l’andamento della produttività italiana nel confronto internazionale, esamina le sue determinanti e le differenze tra settori, territori e imprese.
Rispetto alle principali economie europee, l’Italia continua a distinguersi per una dinamica più contenuta della produttività del lavoro (misurata come PIL reale per ora lavorata). Tra il 2019 e il 2025, periodo che comprende gli effetti della pandemia e la successiva ripresa economica, in Italia la produttività del lavoro è diminuita in media dello 0,3% l’anno. Al contrario, nell’UE27 si è registrato un incremento dello 0,5%, sostenuto in particolare dalla crescita osservata in Spagna (+0,4%) e Germania (+0,3%). La Francia ha segnato una variazione negativa (-0,2%), ma di entità inferiore a quella italiana. Ampliando l’orizzonte al lungo periodo, emerge una debolezza strutturale. Considerando il trentennio 1995-2025, in Italia l’incremento medio annuo della produttività del lavoro si è attestato allo 0,2%, a fronte dell’1,1% registrato nell’UE27, dell’1,0% in Germania, dello 0,8% in Francia, dello 0,6% in Spagna.
In termini di crescita economica, tra il 2019 e il 2025, il PIL italiano è aumentato in media dell’1,0% annuo, poco meno dell’espansione dell’UE27 nel complesso e più di quanto registrato in Germania (in media crescita nulla) e Francia (+0,8%). Tuttavia, va osservato che la crescita italiana è stata trainata quasi esclusivamente dall’espansione dell’input di lavoro (+1,3% annuo), mentre la produttività del lavoro è risultata in flessione (-0,3% annuo).
L’insufficiente performance della produttività italiana è ascrivibile a diversi fattori, spesso riconducibili a caratteristiche strutturali del sistema produttivo e tra loro interconnessi. Il Rapporto ne approfondisce molti; di seguito si richiamano alcuni punti.
Un primo fattore analizzato è la specializzazione produttiva. L’analisi sottolinea che la trasformazione strutturale dell’economia italiana è stata meno intensa rispetto a quella delle altre principali economie europee e, soprattutto, che il valore aggiunto attivato dai settori a più elevata intensità di conoscenza non ha seguito una traiettoria di rafforzamento al pari dei benchmark. Più nel dettaglio, emergono differenze tra macro settori. Nella manifattura la riduzione della quota sul valore aggiunto totale è riconducibile quasi esclusivamente alle attività a bassa e medio-bassa tecnologia, a fronte di una tenuta delle produzioni a maggiore contenuto tecnologico. Nei servizi, invece, la crescita della quota sul valore aggiunto totale si è concentrata prevalentemente nelle attività a maggiore intensità di lavoro e a più basso contenuto tecnologico e di conoscenza: tra il 2007 e il 2025 le attività amministrative e di supporto hanno aumentato la propria quota di circa 1 percentuale e l’alloggio e ristorazione di 0,7 punti, mentre i servizi ICT hanno sperimentato una riduzione di 0,6 punti. Alla specializzazione produttiva, si affiancano andamento e riconfigurazione delle esportazioni. Tra il 2000 e il 2024 il valore medio unitario dei prodotti esportati dalle imprese italiane è aumentato del 224% in dollari, più di Francia, Germania e Spagna (+155-170%). Un risultato particolarmente positivo, considerato anche che il peso dei comparti a bassa e medio-bassa tecnologia, pur riducendosi al 23,4% (di circa 9 punti tra il 1995 e il 2025), rimane il più alto tra i peer europei. In parallelo, la quota dei prodotti ad alta tecnologia, e anche dell’agroindustria, è salita di oltre 5 punti percentuali.
Un secondo aspetto cui porre particolare attenzione è che i ridotti miglioramenti osservati nella produttività del lavoro italiana nel lungo periodo sono totalmente ascrivibili alla “produttività totale dei fattori”, che riflette il progresso innovativo e organizzativo nei processi produttivi: tale contributo positivo, dopo essersi assottigliato negli anni più recenti, è però divenuto negativo nell’ultimo biennio. Per contro, l’intensità di capitale (capitale per ora lavorata) ha impresso un impatto modesto.
Un terzo ambito approfondito e che rappresenta la leva fondamentale su cui agire è il capitale umano. Negli ultimi decenni si osserva una diffusione crescente dell’istruzione terziaria. Tra il 2007 e il 2025 gli occupati laureati sono aumentati di 2,6 milioni. Nelle imprese, a parità di altre condizioni, un aumento di 10 punti della quota di addetti laureati si associa a una crescita della produttività di circa 1,6 punti nella manifattura e di quasi 3 punti nei servizi. D’altra parte, va anche considerato il progressivo invecchiamento della forza lavoro (tra il 2007 e il 2025 l’età medita degli occupati è aumentata di 4,6 anni, fino a 45,6 anni) che, a parità di altre caratteristiche, agisce in senso negativo sulla propensione innovativa e, dunque, sulla produttività. In questo senso, un campanello di allarme riguarda i giovani. Tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio dei giovani italiani tra 18 e 34 anni è stato negativo per circa 441 mila unità, con una quota di laureati tra chi parte che ha raggiunto il 40%, il doppio di quella dei coetanei residenti.
Un quarto aspetto che richiama il ruolo dell’innovazione e della tecnologia è la diffusione dell’intelligenza artificiale. Secondo i dati Istat, la quota di imprese con almeno 10 addetti che usano l’IA è in crescita repentina: dal 5% del 2023 all’8,2% del 2024 e al 16,4% del 2025. Le grandi imprese, al 53,1%, sono al pari delle omologhe europee (intorno al 55%), mentre le piccole e medie imprese si fermano al 15,7% e, per di più, si posizionano ben sotto la media dell’Unione al 20%. L’impatto sulla produttività è in fase di studio su più fronti, con riscontri non ancora univoci. Nelle simulazioni della Banca d’Italia, su un orizzonte di dieci anni, l’IA aggiungerebbe alla crescita annua della produttività del lavoro tra 0,2 e 1,1 punti, a seconda della velocità di adozione.
Infine, si indaga anche la dimensione territoriale. Il Rapporto sottolinea che, nel periodo successivo alla pandemia, le differenze nei tassi di crescita del PIL pro capite tra macroaree si sono ridotte, ma restano considerevoli differenze nei livelli e nelle determinanti della crescita. Per esempio, la Lombardia si caratterizza per una crescita productivity-led: nel quinquennio 2019-2024 il PIL pro capite è aumentato del +1,6% medio annuo, con un contributo cumulato della produttività di +6,4 punti, a fronte di un apporto del tasso di occupazione di soli +1,4 punti. Anche l’Emilia-Romagna ha il maggior traino derivante dalla produttività (+5,1 punti). Il Veneto, invece, è un esempio di employment-led, con il PIL pro capite spinto più dal tasso di occupazione (+3,8 punti) che dalla produttività (+1,1 punti cumulativamente).
In conclusione, il Rapporto evidenzia la necessità di intervenire sui fattori che ostacolano la crescita dimensionale delle imprese, di sostenere la domanda di competenze qualificate, di considerare le politiche volte al rientro dei giovani talenti come leve strategiche per l'incremento della produttività e di rafforzare il sistema della ricerca pubblica e i meccanismi di trasferimento tecnologico. Sul fronte della domanda interna le conclusioni richiamano salari che crescano con la produttività, il ruolo della domanda pubblica quale strumento di stimolo all'innovazione e più investimenti.
Il Rapporto completo è disponibile al seguente link.
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