I posti di lavoro a rischio automazione in Italia

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In sintesi

 

In Italia 3,2 milioni di posti di lavoro a rischio nei prossimi 15 anni

L’automazione è diventata anche uno dei più importanti driver per lo sviluppo e la competitività delle imprese poiché può aumentarne l’efficienza e la produttività, fattori rilevanti anche per la crescita dei salari e degli standard qualitativi di vita.
E’ in corso un animato dibattito del suo impatto sull'occupazione, in cui si inserisce l’analisi dello Studio Ambrosetti Tecnologia e lavoro: governare il cambiamento dedicata in particolare al mercato del lavoro italiano.

Partendo dai dati della ricerca del 2016 “The Future of Employment: How susceptible are jobs to computerisation?” in cui gli autori Frey e Osborne stimano la suscettibilità all’automazione delle mansioni riconducibili a 702 professioni e applicandoli al caso italiano, lo studio indica che il 14,9% del totale degli occupati italiani, pari a 3,2 milioni, potrebbe perdere il posto di lavoro nei prossimi 15 anni (2018-2033).

Occupati a rischio di automazione e occupati non a rischio in Italia (percentuale), 2017

1 - occupati

Fonte: elaborazione The European House - Ambrosetti su dati Frey et al. 2016 e Istat 2017

 

Gli elementi che riducono il rischio di automazione sono la non ripetitività del lavoro svolto, le capacità creative e innovative richieste per lo svolgimento delle mansioni, la complessità intellettuale e operativa delle attività svolte e le capacità relazionali e sociali.

 

L’istruzione riduce il rischio di vedersi sostituito da una macchina

Un’altra variabile che sembra essere determinante per la riduzione del rischio di automazione è il titolo di studio. I lavoratori senza titolo di studio presentano il rischio più alto (pari al 21%) seguiti dai soggetti con licenza media (rischio pari al 18%) e con diploma di maturità (rischio pari al 16%).

Tra gli occupati con formazione postuniversitaria all'aumentare del livello di specializzazione accademica si verifica una riduzione della percentuale di rischio di automazione.

A destra: lavoratori a rischio di automazione in percentuale degli occupati, 2017. A sinistra: occupati e lavoratori a rischio di automazione, suddivisione per livello di specializzazione post-universitaria, 2017

2 - lavoratori a rischio per titolo

Fonte: elaborazione The European House - Ambrosetti su dati Frey et al. 2016 e Istat 2017

 

Variabili che non sembrano essere significative per la determinazione del livello di rischio di automazione sono invece il sesso, l’area geografica di residenza e la fascia di età di appartenenza del lavoratore.
Per se la differenza è poco significativa, a livello di età il rischio appare maggiore per i giovani rispetto ai vecchi: questo perché la maggior parte degli occupati over 65 ricopre posizioni a bassa operatività e ad alto contenuto strategico, quindi più difficilmente sostituibili da una macchina (Amministratore Delegato, Presidente, ecc.). Tra i giovani il livello di istruzione è spesso più basso, il che li espone al rischio di impiego in occupazioni poco complesse e routinarie.

A destra: lavoratori a rischio di automazione in percentuale degli occupati, 2017. A sinistra: occupati e lavoratori a rischio di automazione, suddivisione per fascia di età, 2017

3 - lavoratori a rischio per età

Fonte: elaborazione The European House - Ambrosetti su dati Frey et al. 2016 e Istat 2017

 

Gli effetti indotti su consumi e Pil

Gli effetti negativi sull’occupazione si traducono in una contrazione dei consumi (8,6 mld di euro nell’arco di tempo considerato) e questa a sua volta in una riduzione del valore aggiunto (-14 mld di euro, corrispondenti a quasi un punto di PIL) e di conseguenza del gettito fiscale (-6 mld di euro).
Questi effetti crescono progressivamente, assumendo che la perdita del posto di lavoro non comporti nell’immediato l’annullamento della spesa per consumi, grazie alla possibilità di attingere ai risparmi e alla presenza di ammortizzatori sociali.

Dalle nuove opportunità lavorative la possibilità di compensare i posti persi

L’innovazione tecnologica ha però anche effetti positivi, poiché abilita la creazione di nuove professioni e nuova occupazione: ogni posto di lavoro creato nei settori che afferiscono alla tecnologia, alle life science e alla ricerca scientifica genera - secondo l’analisi - ulteriori 2,1 posti di lavoro.
Questo significa che per bilanciare la perdita prevista, il nostro Paese dovrebbe creare in questi settori oltre 40mila nuovi posti di lavoro all’anno nel primo quinquennio, oltre 70mila nel secondo e quasi 95mila nel terzo. Numeri che potrebbero essere più contenuti se l’automazione procederà più lentamente rispetto allo scenario base, ma anche aumentare se subirà un’accelerazione.

Numero di lavoratori annui, suddivisi per lustri dal 2018 al 2033, in settori ad alta tecnologia, life science e ricerca scientifica richiesti per bilanciare la perdita prevista nel sistema economico a causa dell’automazione 

4 - scenari

Fonte: elaborazione The European House - Ambrosetti su dati Eurostat, 2017

 

Lo studio formula quindi due proposte:
1. incentivare gli investimenti in Innovazione e Industria 4.0, essenziali per collocare l’Italia tra i Paesi early adopter delle innovazioni tecnologiche, trasformandola pertanto in un hub in grado di attrarre imprese e talenti;
2. promuovere le attività di formazione e aggiornamento permanente su temi legati alle nuove tecnologie, strumenti indispensabili per garantire che i lavoratori possano utilizzare al meglio le nuove tecnologie e possano cogliere le opportunità che queste offrono.

 

Il report completo è disponibile al seguente link: report completo.

 

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