I Finanziamenti alle startup

 

Stiamo parlando nel caso specifico di investimenti in equity, cioè con una partecipazione diretta nell’azionariato della startup innovativa, assumendone i rischi relativi: non a caso si parla di risk capital o capitale di rischio quando ci si riferisce alle startup, perché è  fisiologico che alcuni progetti imprenditoriali falliscano. Tuttavia è altresì vero che essendo le startup giovani innovative imprese ad alto potenziale di crescita (così le definisce lo statuto di Italia Startup), in caso di successo e consolidamento della startup, il ritorno per l’investitore può essere molto remunerativo in tempi relativamente brevi (3-5 anni). Sono pertanto esclusi da questa analisi i prestiti bancari a debito che, per quanto consistenti in Italia, grazie alla normativa connessa con il fondo di garanzia statale che copre fino all’80% del prestito, non sono omologabili con gli investimenti in equity.
L’Osservatorio sulle startup hitech di Italia Startup e del Politecnico di Milano, giunto quest’anno alla terza edizione, fa chiarezza sia sulla tipologia di investitori della filiera che sull’investimento annuale effettuato dagli stessi.
Esso divide lo sviluppo di una startup in tre fasi: l’avvio; il consolidamento; la exit.
Nella prima fase, quella dell’avvio o seed (primo seme) intervengono principalmente i seguenti attori: i Venture Incubators (che solitamente offrono un primo investimento, uno spazio fisico e un tutor che affianca i fondatori); i Family Offices (che abitualmente investono in startup in logica di diversificazione del portafoglio di investimento, senza però seguire da vicino lo sviluppo delle stesse); i Business Angels (investitore singolo, spesso ex manager o ex imprenditore, che investe parte del proprio patrimonio e del proprio tempo per seguire lo sviluppo di una o più startup innovative); i Club Deals (aggregazioni di business angels o di singoli investitori che hanno una dotazione finanziaria limitata e che si aggregano per consentire un investimento più consistente, diversificando e diluendo il rischio, su più startup innovative). In Italia il taglio medio di questa tipologia di investimento seed è di qualche decina o, massimo, di qualche centinaia di migliaia di €.
Nella seconda fase, di consolidamento - quando la startup ha cominciato a fatturare e ha costruito un cosiddetto “track record” significativo in termini di clienti e di mercato – gli attori che intervengono in termini di investimenti sono principalmente di due tipologie: a) con riferimento a quelli di cui sopra, i Venture Incubators e i Club Deals, i quali possono decidere di potenziare il finanziamento già effettuato in fase di avvio; b) i Venture Capitalists o i Corporate Ventures, che subentrano quasi sempre in questa seconda fase. In Italia il taglio di investimenti in fase di consolidamento vanno dalle centinaia di migliaia a qualche milione di €.
La terza fase quella della cosiddetta exit o uscita o vendita, parziale o totale, delle azioni della startup (ormai ex), riguarda principalmente le Corporations o aziende consolidate, in logica Merger&Acquisition oppure la Borsa e quindi l’IPO. E’ la fase d’arrivo e di completamento del successo imprenditoriale, dove l’obiettivo primario degli investitori e degli stessi founder è quella di vendere l’azienda su cui si è investito, aprendosi la possibilità di ripartire con una nuova avventura imprenditoriale.
Gli investimenti in Italia
Per dare un’idea sintetica degli investimenti in startup hitech in Italia (che includono i settori ICT/digital; life science; cleantech&energy), la suddivisione rispetto agli attori di cui sopra, è la seguente:
Gli investitori definiti non istituzionali (cioè i venture incubators, i family offices, i business angels e i club deals) hanno investito nel 2015 circa 75 milioni di €, con una crescita di oltre il 30% rispetto al 2014
Gli investitori istituzionali (venture capitalists e corporate ventures) hanno investito nel 2015 circa 58 milioni di € con un calo di quasi il 10%
Il confronto (sugli investimenti istituzionali) con paesi europei a noi comparabili in termini di PIL è purtroppo sconfortante: un decimo se confrontato con Francia, Germania e UK e la metà se confrontato con la Spagna.
E’ desiderio condiviso di Assolombarda e di Italia Startup di lavorare insieme per far crescere gli investimenti in capitale di rischio in Italia, sia tramite agevolazioni fiscali per chi investe in startup innovative (privati e aziende), sia tramite un potenziamento del cosiddetto fondo dei fondi, che rafforzi la dotazione di investimento disponibile per gli investitori istituzionali. Più altre proposte normative che possano facilitare lo sviluppo di imprese che portano innovazione e occupazione di qualità nel sistema economico e industriale italiano.

Stiamo parlando nel caso specifico di investimenti in equity, cioè con una partecipazione diretta nell’azionariato della startup innovativa, assumendone i rischi relativi: non a caso si parla di risk capital o capitale di rischio quando ci si riferisce alle startup, perché è  fisiologico che alcuni progetti imprenditoriali falliscano. Tuttavia è altresì vero che essendo le startup giovani innovative imprese ad alto potenziale di crescita (così le definisce lo statuto di Italia Startup), in caso di successo e consolidamento della startup, il ritorno per l’investitore può essere molto remunerativo in tempi relativamente brevi (3-5 anni). Sono pertanto esclusi da questa analisi i prestiti bancari a debito che, per quanto consistenti in Italia, grazie alla normativa connessa con il fondo di garanzia statale che copre fino all’80% del prestito, non sono omologabili con gli investimenti in equity.

L’Osservatorio sulle startup hitech di Italia Startup e del Politecnico di Milano, giunto quest’anno alla terza edizione, fa chiarezza sia sulla tipologia di investitori della filiera che sull’investimento annuale effettuato dagli stessi.

Esso divide lo sviluppo di una startup in tre fasi: l’avvio; il consolidamento; la exit.

Avvio

Nella prima fase, quella dell’avvio o seed (primo seme) intervengono principalmente i seguenti attori: i Venture Incubators (che solitamente offrono un primo investimento, uno spazio fisico e un tutor che affianca i fondatori); i Family Offices (che abitualmente investono in startup in logica di diversificazione del portafoglio di investimento, senza però seguire da vicino lo sviluppo delle stesse); i Business Angels (investitore singolo, spesso ex manager o ex imprenditore, che investe parte del proprio patrimonio e del proprio tempo per seguire lo sviluppo di una o più startup innovative); i Club Deals (aggregazioni di business angels o di singoli investitori che hanno una dotazione finanziaria limitata e che si aggregano per consentire un investimento più consistente, diversificando e diluendo il rischio, su più startup innovative). In Italia il taglio medio di questa tipologia di investimento seed è di qualche decina o, massimo, di qualche centinaia di migliaia di €.

Consolidamento

Nella seconda fase, di consolidamento - quando la startup ha cominciato a fatturare e ha costruito un cosiddetto “track record” significativo in termini di clienti e di mercato – gli attori che intervengono in termini di investimenti sono principalmente di due tipologie: a) con riferimento a quelli di cui sopra, i Venture Incubators e i Club Deals, i quali possono decidere di potenziare il finanziamento già effettuato in fase di avvio; b) i Venture Capitalists o i Corporate Ventures, che subentrano quasi sempre in questa seconda fase. In Italia il taglio di investimenti in fase di consolidamento vanno dalle centinaia di migliaia a qualche milione di €.

Exit

La terza fase quella della cosiddetta exit o uscita o vendita, parziale o totale, delle azioni della startup (ormai ex), riguarda principalmente le Corporations o aziende consolidate, in logica Merger&Acquisition oppure la Borsa e quindi l’IPO. E’ la fase d’arrivo e di completamento del successo imprenditoriale, dove l’obiettivo primario degli investitori e degli stessi founder è quella di vendere l’azienda su cui si è investito, aprendosi la possibilità di ripartire con una nuova avventura imprenditoriale.

Gli investimenti in Italia

Per dare un’idea sintetica degli investimenti in startup hitech in Italia (che includono i settori ICT/digital; life science; cleantech&energy), la suddivisione rispetto agli attori di cui sopra, è la seguente:

  • Gli investitori definiti non istituzionali (cioè i venture incubators, i family offices, i business angels e i club deals) hanno investito nel 2015 circa 75 milioni di €, con una crescita di oltre il 30% rispetto al 2014
  • Gli investitori istituzionali (venture capitalists e corporate ventures) hanno investito nel 2015 circa 58 milioni di € con un calo di quasi il 10%

Il confronto (sugli investimenti istituzionali) con paesi europei a noi comparabili in termini di PIL è purtroppo sconfortante: un decimo se confrontato con Francia, Germania e UK e la metà se confrontato con la Spagna.

E’ desiderio condiviso di Assolombarda e di Italia Startup di lavorare insieme per far crescere gli investimenti in capitale di rischio in Italia, sia tramite agevolazioni fiscali per chi investe in startup innovative (privati e aziende), sia tramite un potenziamento del cosiddetto fondo dei fondi, che rafforzi la dotazione di investimento disponibile per gli investitori istituzionali. Più altre proposte normative che possano facilitare lo sviluppo di imprese che portano innovazione e occupazione di qualità nel sistema economico e industriale italiano.

Articolo realizzato da Italia Startup

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