La qualita’ delle risorse umane tra i punti di forza di Milano Comunicato stampa

La qualita’ delle risorse umane tra i punti di forza di Milano

Presentati i risultati dell’Indagine sul mercato del lavoro nell’area milanese, realizzata nell’ambito dell’Osservatorio Assolombarda sulle Risorse Umane.

Milano, 1 luglio 2013 - La concentrazione di professionalità high skilled, l’ampia partecipazione femminile, l’elevata scolarizzazione, l’investimento nella formazione dei giovani sono tra i riconosciuti punti di forza su cui si basa la competitività internazionale di Milano e la sua attrattività. La prolungata recessione comincia però a lasciare il segno anche in questa area economica: soffrono in particolare Pmi e manifatturiero, che perdono posti di lavoro. Nel 2012 sono servizi e grandi imprese ad assicurare il precario equilibrio dell’occupazione. Nell’incertezza della fase economica le imprese hanno adeguato gli organici con un mix di leve strategiche: aumento della flessibilità, blocco del turnover, utilizzo intensivo di ammortizzatori sociali, riduzioni di organico concentrate tra le funzioni manageriali. Le due riforme introdotte non hanno giovato: quella delle pensioni ha inceppato il meccanismo di naturale ricambio generazionale, quella del mercato del lavoro ha disincentivato la creazione della forma di lavoro più possibile in periodi di incertezza, quello flessibile.

Questi i principali risultati che emergono dall’Indagine sul mercato del lavoro nell’area milanese condotta dal Centro Studi di Assolombarda su 750 imprese associate che occupano 120 mila lavoratori nelle provincie di Milano, Lodi e Monza e Brianza. La ricerca, realizzata nell’ambito dell’Osservatorio Assolombarda sulle Risorse Umane, è stata presentata nel corso di un convegno tenutosi oggi a Milano a cui sono intervenuti, tra gli altri, Michele Verna, Direttore Generale Assolombarda, Stefano Colli Lanzi, Amministratore Delegato GI Group, Silvio Ferrari, Presidente Cargill, Emilia Rio, Direttore Risorse Umane e Patrimonio Immobiliare Gruppo A2A e  Maurizio Sacconi, Presidente Commissione Lavoro del Senato.

Ma ecco nel dettaglio i risultati emersi dall’indagine del Centro Studi Assolombarda.

20130701_MercatoLavoro_1La forza di Milano nella sua forza lavoro

L’Area Milanese rappresenta indubbiamente il motore dell’economia italiana. E’ qui che gran parte delle imprese multinazionali trovano la naturale porta di accesso al nostro Paese, soprattutto grazie alle caratteristiche di eccellenza e qualità delle risorse umane presenti.
Per tratteggiare l’identikit della forza lavoro bisogna necessariamente partire dalla concentrazione di “colletti bianchi” (dirigenti, quadri e impiegati) che rappresentano il 78% degli addetti alle dipendenze.
Il secondo fiore all’occhiello di Milano è la partecipazione femminile che si colloca ai livelli delle più avanzate aree economiche: nel 2012 la quota di donne sul totale del personale è risultato pari al 36%. Non solo una quota elevata per gli standard del nostro Paese, ma anche in ulteriore crescita rispetto al 2011. Inoltre la presenza di donne si rafforza soprattutto tra le qualifiche più elevate, raggiungendo il 18% tra i dirigenti e il 29% tra i quadri.
Terzo, l’Area Milanese si caratterizza per la concentrazione di personale high skilled. Un terzo dei dipendenti è laureato, per metà con competenze in materie scientifiche. Il 2012 ha visto crescere l’importanza relativa dei laureati triennalisti.

Quarto, l’investimento sui giovani testimoniato anche dal maggiore ricorso al contratto dell'apprendistato, seppur di dimensioni troppo contenute: nel 2012 si è ampliato il numero di imprese che hanno inserito giovani apprendisti in organico e rispetto al 2011 è aumentato il peso di questa forma contrattuale sul totale del personale. Il maggior ricorso all’apprendistato è avvenuto a scapito dell’altro strumento di accesso al mercato del lavoro per le fasce più giovani, il contratto di inserimento che - abrogato dalla riforma dall’1 gennaio 2013 - già nel 2012 si è ridotto fino quasi a sparire.

20130701_MercatoLavoro_2L’occupazione tiene ancora

Nel 2012 la disoccupazione ha superato ogni record: 10,7% in Italia, persino Milano ha raggiunto il tasso del 7,8%. D’altra parte la ripresa tarda ad arrivare e, senza crescita, il mercato del lavoro non inverte la tendenza.
Pur in questo contesto difficile in cui le imprese si trovano ad operare, nell’Area Milanese il saldo occupazionale è risultato praticamente nullo: il +0,2% rilevato dall’indagine è in linea con le statistiche ufficiali condotte sull’offerta di lavoro delle famiglie che nel 2012 hanno rilevato una sostanziale tenuta dell’occupazione a fronte di un aumento dei disoccupati alla ricerca di un lavoro.
Saldo zero non significa che il sistema sia immobile: al suo interno si registra un trend occupazionale opposto tra le imprese di micro e piccola dimensione, soprattutto manifatturiere, rispetto a quelle di maggior dimensione e quelle dei servizi. Nell’Area Milanese è l’economia nel suo insieme che ancora riesce ad opporre una strenua resistenza alla prolungata stagnazione dei mercati; lo fa grazie soprattutto alla sua maggiore apertura ai mercati internazionali.
In questo quadro è difficile dare una valutazione attendibile della riforma del mercato del lavoro, sia perché è stata introdotta solo a luglio, sia perché il contesto economico non è il più favorevole per mettere alla prova le sue presunte possibilità taumaturgiche di “produrre” posti di lavoro.
Le imprese che nel 2012 hanno utilizzato le forme di flessibilità interessate da novità normative sono un’ampia fetta di quelle che hanno risposto: l’82%. A questa percentuale contribuisce principalmente l’ampia diffusione di 2-3 tipologie contrattuali: le collaborazioni a progetto e il tempo determinato, in primis, mentre altre come staff leasing, contratto di lavoro intermittente, associazione in partecipazione, contratto di lavoro occasionale/accessorio sono pochissimo utilizzate.
D’altra parte il 95% del personale alle dipendenze nelle nostre imprese è in forza con contratto a tempo indeterminato e il restante 5% ha buone probabilità di vederselo convertito nel giro di qualche tempo. In questo territorio e nei settori esaminati - l’industria e i servizi alle imprese, escluso il comparto pubblico - “flessibilità” non fa certo rima con “precarietà”.

20130701_MercatoLavoro_3La gestione degli organici in tempi di crisi

Come le imprese hanno gestito l’emergenza occupazione? Utilizzando diverse leve strategiche. Innanzitutto sono stati ridotti gli inserimenti in organico in ruoli permanenti. Nel 2012 le imprese hanno ridotto la quota di assunzioni a tempo indeterminato (che rimangono pur sempre la metà di quelle totali) e pure ridimensionato la quota di contratti convertiti da una forma a termine (a tempo determinato, di inserimento, di apprendistato) al tempo indeterminato: il tasso di conversione è sceso al 33% dal 41% dell’anno precedente. Il numero di posti di lavoro stabili o “stabilizzabili”, quindi, si è ridotto dai 73 del 2011 ai 67 del 2012.
In secondo luogo, i contratti a termine non trasformati non sono stati rinnovati una volta giunti alla loro naturale scadenza: causa la congiuntura non favorevole, certo, ma non ha sicuramente giovato l’introduzione di una serie di vincoli e limitazioni all’utilizzo di alcune e forme di flessibilità (il contratto a termine, il contratto a progetto, ecc.).
Un terzo fattore di riequilibrio sono state le dimissioni, che nel contesto milanese rimangono, nonostante il momento difficile, la principale causa di interruzione del rapporto di lavoro: un canale di uscita fisiologico per un mercato che conserva quindi una sua dinamicità.
Tra le leve a disposizione è invece venuta meno quella legata ai pensionamenti, i cui flussi di uscita si sono infatti ridotti sensibilmente. Anche in questo caso una riforma, quella delle pensioni, rischia di inceppare i meccanismi di funzionamento del mercato, quantomeno in questa prima fase di transizione dal vecchio al nuovo sistema. Appare quindi utile, per favorire il normale ricambio anagrafico, la proposta avanzata da Assolombarda sul Ponte generazionale con l'obiettivo di coniugare l’accompagnamento alla pensione dei lavoratori più maturi con l’ingresso di giovani in azienda.
Ai licenziamenti, la più traumatica tra le leve a disposizione, le imprese hanno fatto ricorso meno frequentemente. E anche in questi casi i dati dimostrano che gli interventi di riequilibrio sono stati mirati, interessando soprattutto i quadri dirigenziali: infatti il peso del personale dirigente sulla struttura per qualifica è crollato dal 9% del 2011 al 5% del 2012, quasi dimezzandosi.
Infine, la leva degli ammortizzatori sociali. Tutte le difficoltà e le tensioni vissute dal mercato del lavoro nel 2012 diventano evidenti guardando all’ampio utilizzo di ore di Cassa Integrazione Guadagni. Non è tanto la quota di imprese ad espandersi (quelle interessate rimangono il 17% di quelle indagate, come nel 2011), quanto il ricorso a farsi più intenso: dalle 23 ore utilizzate per dipendente si è passati alle 28 del 2012, con un incremento quindi del 22%.

20130701_MercatoLavoro_4Diminuiscono le ore lavorate

L’equilibrio del sistema, raggiunto senza riduzione dell’occupazione, è stato assicurato anche dalla riduzione delle ore lavorate per dipendente, scese dalle 1.567 del 2011 alle 1.563 del 2012.
Il monteore lavorato è diminuito non solo in conseguenza dell’intenso ricorso agli ammortizzatori sociali, ma anche per l’aumento delle assenze: l’indicatore è salito al 6,7%, dal 6,3% del 2011.
Cresce il numero di ore di assenza per malattia, mentre va valutato positivamente l’andamento in controtendenza delle ore perdute per infortunio.

Gli stipendi rimangono fermi

Nel 2012 la recessione ha ampiamento condizionato la misura degli interventi di politica retributiva: salari e stipendi del personale non dirigente sono cresciuti mediamente del 2% (+1,5% quadri, +1,8% impiegati, +2,7% operai), quindi meno dell’inflazione (3% nel 2012).
Anche per i dirigenti gli aumenti si collocano mediamente sull’1,5%.
Prende piede la retribuzione variabile. Aumenta la sua diffusione tra le imprese (erogazioni in forma variabile sono presenti nel 62% delle imprese, in lieve crescita rispetto al 61% registrato nel 2011), diventa più selettiva (la quota di lavoratori coinvolti scende dal 70 al 67%), “pesa” di più sulle retribuzioni (in media - tra chi lo percepisce - vale il 7,5% della retribuzione lorda annua, contro il 6,6% del 2011).

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