Silvia Marchesan, chimica, professoressa al Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche dell’Università di Trieste. Selezionata da Nature tra gli 11 scienziati emergenti a livello mondiale.

Silvia Marchesan, 40 anni, chimica organica, professore associato al Dipartimento di Scienze chimiche e farmaceutiche dell’Università di Trieste. E’ stata selezionata dalla prestigiosa rivista scientifica Nature tra gli 11 scienziati a livello mondiale, emersi per i risultati conquistati.

Ha compiuto ricerche nei laboratori della CSIRO, il CNR australiano, a Melbourne, e prima all’Università di Edimburgo, Helsinki, Londra. Nel 2017 ha vinto la medaglia Vittorio Erspamer per la sua ricerca sui peptidi. Nel 2018 le è stata conferita la Medaglia con il sigillo regionale del Friuli-Venezia-Giulia e ha vinto una prestigiosa borsa per la conferenza di Buergenstock sulla stereochimica in Svizzera. Tra le altre cose ha ideato un idrogel per assemblare piccoli frammenti di proteine in modo efficace e poco costoso per aiutare la riparazione dei tessuti del corpo umano ma anche per rilasciare farmaci in modo più prolungato per migliorare le cure.

La sua ricerca sulle superstrutture è descritta nel suo sito web www.marchesanlab.com

dove si può leggere come anche altri nanomateriali (ad es. grafene, nanotubi di carbonio, ecc.) rientrano tra le tematiche affrontate che essenzialmente cercano soluzioni innovative nell’ambito biologico ed energetico utilizzando soprattutto sistemi a base d’acqua per limitare l’impatto ambientale.

Qual è stato il suo percorso di studi? Come è entrata tra le “Rising stars” degli scienziati selezionati da Nature a livello mondiale? Una notizia che ha riempito gli italiani di orgoglio!

Mi sono laureata all’Università di Trieste in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche, corso scelto perché non sapevo decidermi tra chimica e biologia. Quindi sono partita per esplorare l’estero, prima con una “internship” industriale in R&D che ho vinto in Italia e mi ha dato i mezzi per andare in UK, poi con una borsa di studio di dottorato vinta ad Edimburgo sempre all’interfaccia tra chimica e biologia. Da lì non mi sono mai stancata di esplorare posti e tematiche nuovi, e credo che questo sia stato un cardine importante per il riconoscimento: superare le barriere tra discipline, paesi, lingue e culture è importante per innovare.

Quando era piccola cosa sognava di fare da grande? E’ sempre stata portata per le materie STEM?

Da piccola amavo la pittura, e in generale tutte le attività creative, poi però ho iniziato a “sperimentare” e la scienza mi ha subito conquistata con l’emozione di poter scoprire qualcosa di nuovo e capire il mondo che ci circonda. Sono sempre stata brava in matematica, poi chimica e biologia. In fisica ero negata – ora mi affido ai collaboratori fisici che sono bravissimi.

La scuola le ha fornito un orientamento in questo senso? La sua famiglia l’ha sostenuta nella scelta?

La scuola è stata certamente importante, direi addirittura dalla maestra delle elementari che mi ha dato un ottimo “imprinting” verso l’amore per lo studio. La famiglia mi ha sempre sostenuto tantissimo e questo ha aiutato molto perché di momenti difficili ce ne sono stati, come per tutti.

Ci sono barriere secondo lei che generano discriminazione nei confronti delle donne che vogliono entrare o avanzare nelle carriere scientifiche?

Da quando ero studentessa ad oggi la situazione verso la parità di genere è di certo migliorata molto, ma occorre fare ancora di più. Vedo ancora situazioni di disparità soprattutto ai livelli professionali più alti, a volte lo si nota nelle situazioni delle cene sociali alle conferenze dove alcuni speakers di spicco uomini si ritrovano ad un tavolo tra di loro per le discussioni professionali con poca apertura verso gli altri, mentre magari vedo più le (poche) donne di spicco aprirsi con i giovani in altri tavoli “misti” per livello professionale e per genere.

A suo parere, l’Italia sta facendo abbastanza per orientare le giovani donne agli studi STEM? Cosa bisognerebbe fare per migliorare le cose?

Non ho una visione globale ed informata sui corsi di laurea STEM in Italia per poter commentare. In chimica in Italia vedo molte studentesse, anche a livello di dottorato, ricercatrici post-doc e professori associati. La mia percezione è che altre discipline scientifiche beneficerebbero di azioni più mirate. Credo si necessiti un cambio prima di tutto culturale andando ad agire anche sui modelli femminili proposti dai media, come la televisione e i giornali. In questo vedo altri paesi del centro e nord Europa molto più avanti di noi.

Quale consiglio si sente di dare alle ragazze che amano le materie STEM e vorrebbero intraprendere questa strada?

Di pensare in primis alla scienza e lasciarsi scivolare addosso tutto ciò che non è importante, soprattutto se sono commenti negativi non costruttivi. Viviamo in un mondo molto competitivo, quindi consiglio di lavorare sodo e studiare molto, di scegliere un argomento che appassiona a cui dedicarsi al 100%. Occorre essere critici verso le informazioni che riceviamo, non prendere tutto per “oro che cola” ma chiedersi sempre “perché”. E’ utile riconoscere le proprie paure e cercare di superarle; essere fedeli ai propri principi e non tradirli se lo richiede il “gregge”. La mia esperienza è stata anche che l’immagine è importante, e quindi dare un’immagine professionale aiuta ad essere presi sul serio.

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